La quarantena ha reso i nostri ascolti disperatamente nostalgici

O del perché l'isolamento domestico ha riportato le nostre playlist all'adolescenza. In questo caso a un passo dal mettersi il cerone in faccia e cacciar fuori la lingua
30/04/2020 14:19

Quando ho passato la settimana Kiss per entrare in quella Helloween, due domande me le sono fatte: perché sto ascoltando la musica di quando ero piccolo? Non che ci sia nulla di male, anzi, molto divertente, ma non ci ero più abituato e la cosa mi ha fatto strano. Non che dovrei per forza passare a memoria il nuovo di Childish Gambino, ma la cosa comunque ha destato in me qualche sospetto, anche perché nelle settimane monografiche, non ho ascoltato solo gli album che conosco a menadito, ma sono andato a cercare anche tutti quelli che non avevo mai sentito, che sono usciti nel periodo in cui ho smesso di ascoltare determinati generi per provarne altri. 

È accaduto con il glam rock, con l'heavy metal, con la new wave un po' gotica e (con meno soddisfazione devo dire) coi successi da Festivalbar degli anni in cui andavo ancora in motorino, tutto con una costante: età in cui avevo meno responsabilità, non dovevo pagare le bollette o i mutui, lavoravo solo d'estate e non c'era una malattia aliena mortale che impauriva me e l'intero genere umano. Un signor prologo per arrivare al punto: durante la quarantena, si ascolta poca musica in generale, e quando lo si fa, spesso è datata. Siamo portati a ignorare le novità, o ad ascoltarcele giusto per completezza, per tornare ai classici consolatori. 

Ora, non che sia quel grande psicologo, ma mi sembra palese che durante una pandemia abbiamo bisogno di rassicurazioni, e difficilmente ce le può dare l'ultimo di Childish Gambino, per quanto bello sia, solo per il fatto che anche Donald Glover, dall'altra parte del mondo, è nella stessa condizione nostra. No, non con la villa gigante in cui vorremmo vivere tutti, mi riferisco al fatto che anche lui ne sa quanto noi di questa cosa, anche a lui sono saltati film o concerti a cui doveva lavorare e anche lui deve stare in casa. È uno di noi, che vive il nostro tempo, con più soldi ok, ma anche con più talento, quindi pari e patta. Non consola, perché non ti porta in un altro tempo, e ora evidentemente c'è bisogno di quello per riaffermarsi come esseri umani.

Pensate: a una serie di generazioni fortunate come la nostra, che la guerra l'ha vista solo dai racconti dei nonni o bisononni, che ha vissuto il benessere fino all'estetica del disagio e della noia come nuovo agio, la sperimentazione più massiccia della perdita della libertà poteva essere la punizione dei genitori e le due settimane senza uscire o, nel peggiore dei casi, la stagione a lavoro invece di andarsi a divertire. Mai ci è capitato di essere privati della libertà per legge, e pure se il distanziamento sociale è del tutto ragionevole, come lo vai a spiegare al subconscio che tutti i giorni spera nella svolta, nel momento giusto, che se ti diverti una sera in un posto ti obbliga a tornarci per raggiungere lo stesso picco? Razionalmente capiamo e accettiamo la cosa, irrazionalmente cerchiamo di nuovo di capire chi siamo, perché tutto quello che sapevamo può essere messo in discussione in una giornata. Come riuscire a introiettare la sicurezza che tutto, per come lo conosciamo e amiamo, possa sparire da un momento all'altro? Che la morte possa riguardarci più da vicino di quanto ipotizzavamo, che se pure non si muore, dovremmo cambiare un po' di cose per adattarci alla nuova vita? 

All'inizio della quarantena, c'era questo stato di FOMO febbrile: più musica, più dirette, più live per scacciare la paura. Poi ci siamo adattati, abituati all'emergenza e siamo di nuovo entrati in contatto con noi stessi, ma per farlo dobbiamo metterci in gioco talmente tanto che, solo per stavolta, possiamo pure dire che la nostalgia non è del tutto dannosa. A patto che non diventi una gabbia, ci trasporta in un altro momento della nostra vita in cui non per forza stavamo meglio e neanche eravamo consapevoli, ma ci stavamo mettendo in gioco. La musica che ci accompagnava in quel processo ci è servita a tal punto da diventare importante anche in questo nuovo mutamento di pelle.

Seguendo questo filo logico, cosa mi ha portato a fare ricerca mirata e ad ascoltare parti della discografia di tale artista (perché sto pensando a King Diamond?) che non avevo più ascoltato? Riflettendo, può venirmi in aiuto Sliding Doors: come sarebbe stata la mia vita se avessi continuato ad ascoltare questa cosa e come sarei vissuto di conseguenza? Ma anche, più semplicemente: com'è andata la sua carriera (sempre di King Diamond, boh, è una fissa), com'è proseguita la sua avventura dopo che l'ho lasciato al suo destino? Recuperare la sua storia mi aiuta a recuperare la mia, a stare adeso al presente senza lasciarmi risucchiare dal vortice del "era meglio prima", ma allo stesso tempo a trovare forza, spensieratezza, gioia di vivere (che associata a King Diamond fa pure ridere ma oh, che volete?) e voglia, fame. Le cose che servono per uscire bene con la testa da questa merda infame.

Presto tornerà la musica nuova, la fotta per i concerti sudati e pieni di gente, ma al momento è tutto in stallo e lo sanno bene gli artisti che fanno uscire i loro nuovi dischi ora., però non possiamo neanche nasconderci dietro un dito: la normalità è un'altra e tutto ciò che facciamo per rendere le cose normali, lo facciamo più per non impazzire che per altro. Dunque classici del passato, consolatori e pieni d'anima, venite a me, e poco male se si tratta di metal satanico.

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L'articolo La quarantena ha reso i nostri ascolti disperatamente nostalgici di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 30/04/2020 14:19

Tag: opinione

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