Prima di dirette Instagram e distanziamento sociale, c'era la musica da camera

Già dal Medioevo, per ovviare alla mancanza di spazi orchestrali, si diffuse un nuovo modo di fare musica, più intimo, raccolto. In qualche strano modo un antenato di quanto vediamo oggi
01/05/2020 17:31

Da quando siamo tutti costretti a rimanere chiusi in casa, fin da subito i musicisti hanno risposto a questa situazione di clausura suonando in isolamento, spesso accompagnati da un singolo strumento invece che da un’intera band. Questo fenomeno della musica in uno spazio limitato ha un suo importante precursore nella musica da camera, ossia quel ramo della musica classica dedicata a un ristretto organico di musicisti, che si trovano a suonare in uno spazio limitato.

Sperando di non far piangere nessun accademico in questo ardito parallelismo, quanto è azzeccato mettere a confronto questi due mondi musicali così distanti?

La musica da camera ha una storia secolare, che affonda le sue radici già nel Medioevo (e c’è chi sostiene ancora prima), anche se si dovrà aspettare la fine del 1500 perché questo termine inizi a diffondersi. La musica da camera come la intendiamo oggi si afferma a partire dalla seconda metà del 1700, in particolare grazie ad Haydn. Rispetto al trionfo delle grandi orchestre sinfoniche e al fiorire dell’opera lirica, la musica da camera assume un carattere più raccolto e contenuto, sia per quanto riguarda il pubblico che assiste alle esibizioni che per i musicisti stessi, i quali si trovano in un contesto più familiare, in cui emerge maggiormente l’intesa tra i singoli interpreti.

Il trio, il quartetto e il quintetto sono le formazioni principali che si affermeranno nel corso del tempo e che ancora oggi hanno grande fortuna nel mondo classico e non solo. Per quanto strano, non si può negare che ci sia una certa somiglianza con il fenomeno che stiamo vivendo adesso: abbiamo perso i grandi eventi dal vivo, momenti di enorme condivisione musicale, e ci ritroviamo quindi ad assistere a esibizioni in forma ridotta all’osso, tra le mura di casa, una versione più intima di quello che può essere un concertone in uno stadio o un festival. Siamo sicuri che qualcuno storcerà il naso, vedendoci mettere a confronto il sacro col profano.

"Dove il sacro siete voi e il profano noi", dice, ridendo, il flautista Carlo Ipata, docente del conservatorio Rossini di Pesaro e guida di Auser Musici, formazione toscana che dal 1997 si dedica alla musica del XVI e XVII secolo. Qualche giorno fa abbiamo avuto una piacevole conversazione al telefono con il maestro Ipata su questo inusuale paragone, finendo poi a parlare del fare musica in isolamento e su cosa si può trarre di buono da questo momento difficile. "In realtà il problema dello stare a casa colpisce i musicisti a qualsiasi livello", dice Ipata, "perché la musica nasce per suonare insieme, che sia un gruppo rock, jazz o di musica da camera".

La differenza sostanziale sta proprio qua: la musica da camera ha in sé un elemento di rapporto dal vivo dei musicisti, che è imprescindibile. Per cui sì, le premesse sono in un certo senso accomunabili, se la intendiamo come una necessità di esprimersi in musica in una maniera più intima e personale, ma gli elementi della condivisione e del suonare insieme sono ciò che animano questo mondo musicale. Perdendo questa caratteristica, la musica si sgretola. La musica da cameretta, invece, nasce proprio nel contesto dell’isolamento, per cui permane la natura intima dell’esibizione ma si perde tutto il resto.

La mancanza del potersi incontrare fisicamente è un ostacolo che colpisce anche un aspetto sottovalutato del suonare, ossia quello dell’insegnamento. "È un problema irrisolvibile quello della distanza soprattutto per quanto riguarda la didattica: mentre per altri insegnamenti questo si può in parte bypassare, con la musica d’insieme non si può proprio fare. La musica da camera non si insegna. Manca una piattaforma che permetta di far suonare assieme le persone in maniera decente. Poi ci sono anche video di persone che a distanza hanno fatto cose bellissime, che siano intere orchestre o gruppi rock, però è comunque qualcuno che suona su una base e prima di avere il prodotto finale ci dev’essere per forza qualcuno che mixi tutte le tracce audio. L’effetto alla fine per chi ascolta è piacevole, ma per chi suona è estraniante".

Non che non si possa suonare quindi, però per un musicista è come recitare una parte senza avere altri attori intorno, manca tutto un contesto di riferimento che è fondamentale durante un concerto e che coinvolge chiunque si dedichi alla musica a qualsiasi livello, che siano studenti del conservatorio o band indie. Secondo Ipata il distanziamento per chi suona è un limite invalicabile che è proprio della musica: "Quest’impossibilità logistica sottolinea una cosa molto importante, cioè come la musica abbia ancora bisogno di sostanza, di sudore, della vicinanza per sentirsi parte di un unico battito".

E quindi, se non si può suonare assieme, cosa dovrebbe fare chi con la musica ci campa? "Quello che c’è di buono che noi musicisti possiamo trarre da questo brutto periodo è che all’improvviso abbiamo un sacco di tempo per studiare. Io per esempio sto studiando come forse non ho mai fatto in vita mia. Io credo che da questa buriana usciranno cose belle, l’espressione artistica nasce da un momento di necessità, quindi penso che una volta finito tutto si potranno ascoltare bei dischi e idee nuove". 

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L'articolo Prima di dirette Instagram e distanziamento sociale, c'era la musica da camera di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 01/05/2020 17:31

Tag: nuovi live

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